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Ponyo sulla scogliera
Nazione: Giappone
Anno: 2008
Tecnica: disegni animati
Regia: Hayao Miyazaki
Voto: 9/10
Il maestro Miyazaki ci presenta con Ponyo un altro capolavoro. Un tripudio di fantasia e di colori, ultimo traguardo (per ora!) della sua evoluzione stilistica e narrativa. E’ un film dedicato ai bambini più piccoli e questa volta davvero gli adulti fanno fatica a immedesimarsi nel mondo esuberante e fiabesco di Ponyo. Infatti, in un modo che si era già manifestato nei suoi ultimi film, Miyazaki rende la trama della storia sempre più rarefatta. Qualsiasi elemento razionale, qualsiasi filo conduttore passano in secondo piano rispetto a quello che sembra essere il suo intento principale: trasmettere emozioni. La trama allora appare quasi una scusa per fargli mettere in campo altro: le SENSAZIONI destinate a colpire direttamente il cuore.
Miyazaki ha voluto, in maniera del tutto anacronistica, che il suo film fosse disegnato interamente a mano. E lo spettatore può sentire così il calore dei disegni, meravigliosamente comunicativi. CALORE. Il tratto di una mano che ha disegnato, i colori pastello, ci proiettano in un mondo delicato e poetico. Il disegno d’animazione tradizionale funge qui da specchio, che deforma il mondo dandogli nuove forme e prospettive. Non vuole riprodurre la realtà per darci una sensazione maggiore di immedesimazione, ma vuole interpretarla adattandola alle esigenze del messaggio che trasmette. Anche i titoli di coda così pensati rispecchiano impagabilmente quelle tante mani che vi si sono dedicate.
Il disegno in Ponyo è poesia ed è l’unico tratto possibile per una storia di poesia, dai contorni sfumati ma dal senso che colpisce con forza. E’ come se la trama fosse stretta al disegno e il disegno alla trama. Sono trama e ordito, appunto, intrecciati e tessuti assieme in una S O S P E N S I O N E. E’ come un’apnea di colori, di linee morbide. Di più, di più.
La vista, appagata. Ma c’è l’udito. Se drizzi le orecchie (cit.) Ponyo è un film di suoni: quelli ovattati sott’acqua, quelli delle sorelline quando nuotano, quando boccheggiano per rompere la bolla, i segnali scambiati con i naviganti, le boccette di Fujimoto, le onde da lui mosse (borbottii inquietanti!), l’acqua che esce dal rubinetto, persino la luce si accende col rumore del generatore di corrente, il borbottio della barchetta alimentata con la candela e, dulcis in fundo, il suono del secchiello trascinato nel tunnel! I suoni così elementari, così semplici, ingenui quasi, e così importanti per i bambini, per riconoscere, per capire, per imitarli. E’ un film di rumori importanti.
E sull’udito le voci sono fondamentali: sono tutto. Sono i toni delle voci più ancora che le parole pronunciate che reggono come pilastri tutta la storia. I toni: i toni decisi di Risa, quelli rassicuranti di Sosuke, quelli eccitati di Ponyo, quelli suadenti di GranMammare, quelli dolci della signora col neonato, quelli giocosi delle vecchine comprensive, quelli secchi della vecchietta bisbetica, quelli ansiosi e costernati di Fujimoto. IL PIANTO DEL NEONATO. In nessun altro film ho trovato che il tono di voce prima ancora che le parole pronunciate fosse così importante. E’ stupefacente. Non so come sia l’originale, ma l’adattamento è magistrale. E se non fosse stato tale avremmo perso la metà della magia del film. Perché le traduzioni mal fatte si possono recuperare e la trama aggiustare… Ma il suono di una voce non c’è modo di spiegarlo, recuperarlo, ritrovarlo e riviverlo.
Infine, c’è il movimento. In questo caso corrisponde un po’ al tatto. Qui c’è la tradizione Ghibliana con la sua accortezza impareggiabile: per le espressioni, per gli occhi brillanti, per i piccoli gesti naturali e semplici che non ci si aspetterebbe di trovare in una trasposizione animata, perché di per sé sono “inutili”, non contribuiscono alla storia, eppure ci rendono i personaggi così umani, così veri, così vicini… I bambini così bambini, gli adulti così adulti, Risa così Risa
E la GranMammare così dea! Così tanto che si possono toccare, appunto, che è come se fossero davanti a noi, reali e veritieri pur appartenendo al loro mondo sconclusionato di fantasia.
Se un adulto vuole godersi questo film, deve dimenticare di essere adulto. Non deve cercare lo scopo o la coerenza della trama, non deve collocare i personaggi in certi ruoli, non deve aspettarsi una morale. Deve sedersi ed essere bambino: guardare, ascoltare, toccare. Immaginare i sapori, accompagnare i rumori, godere dei colori. Sorridere, divertirsi e preoccuparsi per ogni frammento di pellicola, senza cercare un insieme coerente che non riuscirà a trovare. Allora, se sarà disposto a fare questo, Ponyo lo incanterà con la sua magia fiabesca e gli farà trascorrere dei minuti ricchi d’emozione.
Cinema d’animazione (anche) per adulti
Il 2001 a mio avviso è stato l’anno in cui nell’opinione pubblica italiana l’idea del cinema d’animazione in quanto “cosa da bambini” ha cominciato a vacillare. In particolare l’evolversi della computer grafica (CGI) ha creato una cesura con la tradizione disneyana: infatti la resa visiva della CGI, completamente differente dal disegno animato, ha permesso di esplorare stili narrativi nuovi rompendo con gli schemi classici. Certo, è qualcosa che si sarebbe potuto fare molto prima anche con i disegni animati, ma la CGI essendo qualcosa di “nuovo” ha cercato di ritagliarsi spazi altrattanto nuovi.
Nel 2001, dicevo, irrompe nelle sale Shrek ed è un successo: un film d’animazione in CGI che piace ai bambini ma non annoia gli adulti, anzi! Forse gli adulti riescono a divertirsi anche più dei piccoli cogliendo tutte le sfumature delle citazioni e delle ironie presenti nel film. La DreamWorks ha messo dunque sul mercato un prodotto d’animazione adatto ai più grandi, che esplicitamente parodizza tutte le fiabe classiche a cui la Disney ci aveva abituati . E’ arrivata la svolta anche nel mercato di massa.
Nel 2003, poi, questo cambiamento è sancito da un evento preciso. Questa volta da Oriente, dalla terra del sol levante che produce film d’animazione per adulti da decenni senza che il mercato italiano se ne sia mai interessato più di tanto, arriva Sen to Chihiro no kamikakushi (La città incantata). Vince il premio Oscar e allora, approvata dal mondo Occidentale, anche il nostro paese gli accorda attenzione. Per la prima volta un film dello Studio Ghibli è proiettato in tantissime sale italiane e viene ben pubblicizzato.
La città incantanta non è un film esclusivamente per adulti, anzi, è pensato per un pubblico dai 10 anni in su. Appunto. Tantissimi genitori, forti della loro concezione di “cartone animato” portano i propri bambini piccolissimi al cinema… e ne rimangono scandalizzati. I bambini di 3 o 5 anni si spaventano e piangono, i genitori trovano il film diseducativo.
E’ uno smacco al cinema d’animazione giapponese? E’ un ricadere nel luogo comune che i prodotti giapponesi sono tutti violenti e drammatici? Forse. Forse quei genitori scioccati non faranno mai più vedere un film di Miyazaki ai loro bambini (e non sanno cosa si perdono). Ma per fortuna, fra tante persone, c’è stato chi ha saputo apprezzare. Chi ha capito che i cartoni animati possono essere altro da quelli della tradizione disneyana. Chi ha capito che il cinema d’animazione è solo un mezzo, un linguaggio. Può comunicare qualcosa ai grandi, ai piccoli, ai medi, proprio come esistono film con attori in carne ed ossa per grandi, piccoli e medi. Il disegno animato è stato per decenni stigmatizzato e ridotto a “roba per bambini” nel nostro paese. E c’è voluta la CGI, e c’è voluta l’assegnazione di un premio Oscar a una pellicola giapponese perché un po’ più di persone qui si rendessero conto che non è così.
La tecnica utilizzata, che sia la CGI, il disegno animato o la stop motion, MEDIA un messaggio, E’ UN MEZZO DI ESPRESSIONE di qualcosa e non costituisce un genere di per sé. Adesso, per fortuna, anche in Italia tante persone lo hanno capito.
