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C’era una volta (parte 2)
Animazionet associava ad ogni cartone animato del suo archivio il parametro “età” che spiegava a che pubblico fosse rivolto il film: solo adulti, solo bambini, entrambi. Così si proponeva di educare le persone a distinguere il cinema d’animazione anche per target di riferimento. Voleva essere fra l’altro un archivio d’informazione utile per chi cercasse notizie a riguardo, senza che dovesse per questo leggersi interamente trame o recensioni. Il dato era lì, immediato.
Animazionet oggi non esiste più. Ha chiuso i battenti nel 2005, anche perché era troppo difficoltoso tenere dietro alle miriadi di uscite che stanno popolando il cinema da quando c’è stato l’avvento della CGI. Vi basti pensare che i film d’animazione distribuiti sul mercato italiano nel 1998 sono stati 12, nel 2008 sono stati ben 38! Significa più del triplo! Purtroppo la quantità non determina la qualità, anzi, un mercato così allargato tende anche a generare confusione. Così succede che delle produzioni mediocri strappino fette di mercato a prodotti di qualità (ma di questo magari parlerò in un altro post).
Poiché il cinema d’animazione ormai non è più cosa per bambini o di nicchia, oggi esistono altri siti che se ne occupano (per esempio il buon Animation Italy). Tuttavia quell’attenzione per “un’educazione al cinema d’animazione” con cui era stato impostato Animazionet io non l’ho più trovata. Oggi i siti dedicati all’animazione sono archivi che raccolgono e recensiscono, che si rivolgono a un pubblico appassionato da una parte e a lettori di passaggio alla ricerca di informazioni spicciole dall’altra, ma che non cercano di spiegare, coinvolgere, argomentare. Non cercano di catturare l’attenzione ed educare chi questa passione non ce l’ha. Animazionet era questo: era un progetto, era il sogno di poter interessare quante più persone possibili a un mondo affascinante che non conoscono e che a volte, ancora oggi, rifiutano a causa di preconcetti.
Tutto quello che vi ho raccontato non è per fare pubblicità ad un sito che non esiste più, ma per dirvi che ho intenzione, nel corso di questo blog, di riprendere alcune recensioni pubblicate anni fa su Animazionet e proporvele qui, affinché non vadano perse.
Che ne dite, vi interessa?
Cinema d’animazione (anche) per adulti
Il 2001 a mio avviso è stato l’anno in cui nell’opinione pubblica italiana l’idea del cinema d’animazione in quanto “cosa da bambini” ha cominciato a vacillare. In particolare l’evolversi della computer grafica (CGI) ha creato una cesura con la tradizione disneyana: infatti la resa visiva della CGI, completamente differente dal disegno animato, ha permesso di esplorare stili narrativi nuovi rompendo con gli schemi classici. Certo, è qualcosa che si sarebbe potuto fare molto prima anche con i disegni animati, ma la CGI essendo qualcosa di “nuovo” ha cercato di ritagliarsi spazi altrattanto nuovi.
Nel 2001, dicevo, irrompe nelle sale Shrek ed è un successo: un film d’animazione in CGI che piace ai bambini ma non annoia gli adulti, anzi! Forse gli adulti riescono a divertirsi anche più dei piccoli cogliendo tutte le sfumature delle citazioni e delle ironie presenti nel film. La DreamWorks ha messo dunque sul mercato un prodotto d’animazione adatto ai più grandi, che esplicitamente parodizza tutte le fiabe classiche a cui la Disney ci aveva abituati . E’ arrivata la svolta anche nel mercato di massa.
Nel 2003, poi, questo cambiamento è sancito da un evento preciso. Questa volta da Oriente, dalla terra del sol levante che produce film d’animazione per adulti da decenni senza che il mercato italiano se ne sia mai interessato più di tanto, arriva Sen to Chihiro no kamikakushi (La città incantata). Vince il premio Oscar e allora, approvata dal mondo Occidentale, anche il nostro paese gli accorda attenzione. Per la prima volta un film dello Studio Ghibli è proiettato in tantissime sale italiane e viene ben pubblicizzato.
La città incantanta non è un film esclusivamente per adulti, anzi, è pensato per un pubblico dai 10 anni in su. Appunto. Tantissimi genitori, forti della loro concezione di “cartone animato” portano i propri bambini piccolissimi al cinema… e ne rimangono scandalizzati. I bambini di 3 o 5 anni si spaventano e piangono, i genitori trovano il film diseducativo.
E’ uno smacco al cinema d’animazione giapponese? E’ un ricadere nel luogo comune che i prodotti giapponesi sono tutti violenti e drammatici? Forse. Forse quei genitori scioccati non faranno mai più vedere un film di Miyazaki ai loro bambini (e non sanno cosa si perdono). Ma per fortuna, fra tante persone, c’è stato chi ha saputo apprezzare. Chi ha capito che i cartoni animati possono essere altro da quelli della tradizione disneyana. Chi ha capito che il cinema d’animazione è solo un mezzo, un linguaggio. Può comunicare qualcosa ai grandi, ai piccoli, ai medi, proprio come esistono film con attori in carne ed ossa per grandi, piccoli e medi. Il disegno animato è stato per decenni stigmatizzato e ridotto a “roba per bambini” nel nostro paese. E c’è voluta la CGI, e c’è voluta l’assegnazione di un premio Oscar a una pellicola giapponese perché un po’ più di persone qui si rendessero conto che non è così.
La tecnica utilizzata, che sia la CGI, il disegno animato o la stop motion, MEDIA un messaggio, E’ UN MEZZO DI ESPRESSIONE di qualcosa e non costituisce un genere di per sé. Adesso, per fortuna, anche in Italia tante persone lo hanno capito.
