Post contrassegnati 'poesia'

Alita, l’angelo della battaglia

Autore: Yukito Kishiro
Volumi: 18
Anno: 1992
Voto: 9/10

Alita è un fumetto molto complesso, che non si può liquidare costringendolo in una categoria o in un genere. E’ sicuramente un fumetto d’azione, in cui fanno da padrone i combattimenti all’ultimo sangue, che scivolano fra l’altro sul luogo comune delle lotte tra buoni e cattivi. Da questo punto di vista è da considerare senz’altro un fumetto rivolto a un pubblico maschile e piuttosto giovane. Eppure Alita è anche qualcos’altro. Qualcosa a cui non si può affibbiare solo l’appellativo “cyberpunk” e pretendere che sia esaustivo. E’ qualcosa che accompagna la ferocia inumana di una vita post-apocalittica con la profondità di sentimenti delicati, che affiorano sulla superficie di un mondo alla deriva come ospiti scomodi e inadeguati. Che affiorano grazie all’umanità della protagonista, proprio colei la cui carne e il cui cuore dovrebbero essere solo ingranaggi di metallo. Alita è dannatamente umana: lo sono la sua forza, la sua ferocia, la sua rabbia, come lo sono le sue debolezze, i suoi dubbi, la sua malinconia. Trovo stupendo come l’autore riesca a rendere interessante la psicologia del suo personaggio non tanto con le parole, con dei monologhi o dei dialoghi, ma con i gesti, con l’evolversi stesso della storia, con quello che fa e che le succede prima ancora di quello che dice. Con le persone che incontra.

Forse l’autore non dedica ai comprimari lo stesso tempo e attenzione che impiega invece per far crescere la protagonista, pur ritraendo i caratteri di tutti in maniera puntuale e affascinante. Del resto, evidentemente, il suo intento non è quello di esplorare il mondo, il contesto, la situazione, ma quello di raccontare di lei, punto. L’affetto con cui tratta Alita è qualcosa che trasuda dalle pagine man mano che si prosegue nella lettura. Eppure gli altri attori di questa storia, gli amici che lei incontra strada facendo, sono importanti: sono loro che contribuiscono a delinearne il profilo, il modo d’essere e d’agire. Sono anche loro che fanno di Alita ciò che è.

Sottovalutare tutti questi aspetti vorrebbe dire guardare soltanto il lato “giovanile” di quest’opera, e non il lato “adulto”. Non sono i combattimenti, insomma, che reggono il tutto, ma piuttosto questo lato riflessivo, che rende il fumetto in molti tratti introspettivo e profondo. Il corpo di Alita che si contorce, si consuma e si mette a repentaglio in mosse agili di combattimento è soltanto la parte esteriore, tangibile, accattivante e trainante di una trama più nascosta, più leggera, quasi poetica, e che stride rispetto alla rozzezza della violenza da cui è circondata. Questo è il fumetto, e questa è anche Alita.

I disegni, sempre all’altezza, con i loro tratti marcati e scuri accompagnano perfettamente il clima in cui si dipana la storia, regalando tavole di memorabile bellezza.

Attenzione: questo fumetto si trova in Italia in due diverse versioni. La prima edizione, comprensiva di 18 volumetti, presenta un finale differente dalla seconda edizione, quella della Collection, in cui le ultime 100 tavole sono stata tagliate per poter proseguire la storia in “Alita Last Order”.

26 ottobre 2009 at 10:45 PM 2 commenti

Ponyo sulla scogliera

Nazione: Giappone
Anno: 2008
Tecnica: disegni animati
Regia: Hayao Miyazaki
Voto: 9/10

Il maestro Miyazaki ci presenta con Ponyo un altro capolavoro. Un tripudio di fantasia e di colori, ultimo traguardo (per ora!) della sua evoluzione stilistica e narrativa. E’ un film dedicato ai bambini più piccoli e questa volta davvero gli adulti fanno fatica a immedesimarsi nel mondo esuberante e fiabesco di Ponyo. Infatti, in un modo che si era già manifestato nei suoi ultimi film, Miyazaki rende la trama della storia sempre più rarefatta. Qualsiasi elemento razionale, qualsiasi filo conduttore passano in secondo piano rispetto a quello che sembra essere il suo intento principale: trasmettere emozioni. La trama allora appare quasi una scusa per fargli mettere in campo altro: le SENSAZIONI destinate a colpire direttamente il cuore.

Miyazaki ha voluto, in maniera del tutto anacronistica, che il suo film fosse disegnato interamente a mano. E lo spettatore può sentire così il calore dei disegni, meravigliosamente comunicativi. CALORE. Il tratto di una mano che ha disegnato, i colori pastello, ci proiettano in un mondo delicato e poetico. Il disegno d’animazione tradizionale funge qui da specchio, che deforma il mondo dandogli nuove forme e prospettive. Non vuole riprodurre la realtà per darci una sensazione maggiore di immedesimazione, ma vuole interpretarla adattandola alle esigenze del messaggio che trasmette. Anche i titoli di coda così pensati rispecchiano impagabilmente quelle tante mani che vi si sono dedicate.
Il disegno in Ponyo è poesia ed è l’unico tratto possibile per una storia di poesia, dai contorni sfumati ma dal senso che colpisce con forza. E’ come se la trama fosse stretta al disegno e il disegno alla trama. Sono trama e ordito, appunto, intrecciati e tessuti assieme in una  S O S P E N S I O N E. E’ come un’apnea di colori, di linee morbide. Di più, di più.

La vista, appagata. Ma c’è l’udito. Se drizzi le orecchie (cit.) Ponyo è un film di suoni: quelli ovattati sott’acqua, quelli delle sorelline quando nuotano, quando boccheggiano per rompere la bolla, i segnali scambiati con i naviganti, le boccette di Fujimoto, le onde da lui mosse (borbottii inquietanti!), l’acqua che esce dal rubinetto, persino la luce si accende col rumore del generatore di corrente, il borbottio della barchetta alimentata con la candela e, dulcis in fundo, il suono del secchiello trascinato nel tunnel! I suoni così elementari, così semplici, ingenui quasi, e così importanti per i bambini, per riconoscere, per capire, per imitarli. E’ un film di rumori importanti.
E sull’udito le voci sono fondamentali: sono tutto. Sono i toni delle voci più ancora che le parole pronunciate che reggono come pilastri tutta la storia. I toni: i toni decisi di Risa, quelli rassicuranti di Sosuke, quelli eccitati di Ponyo, quelli suadenti di GranMammare, quelli dolci della signora col neonato, quelli giocosi delle vecchine comprensive, quelli secchi della vecchietta bisbetica, quelli ansiosi e costernati di Fujimoto. IL PIANTO DEL NEONATO. In nessun altro film ho trovato che il tono di voce prima ancora che le parole pronunciate fosse così importante. E’ stupefacente. Non so come sia l’originale, ma l’adattamento è magistrale. E se non fosse stato tale avremmo perso la metà della magia del film. Perché le traduzioni mal fatte si possono recuperare e la trama aggiustare… Ma il suono di una voce non c’è modo di spiegarlo, recuperarlo, ritrovarlo e riviverlo.

Infine, c’è il movimento. In questo caso corrisponde un po’ al tatto. Qui c’è la tradizione Ghibliana con la sua accortezza impareggiabile: per le espressioni, per gli occhi brillanti, per i piccoli gesti naturali e semplici che non ci si aspetterebbe di trovare in una trasposizione animata, perché di per sé sono “inutili”, non contribuiscono alla storia, eppure ci rendono i personaggi così umani, così veri, così vicini… I bambini così bambini, gli adulti così adulti, Risa così Risa ;) E la GranMammare così dea! Così tanto che si possono toccare, appunto, che è come se fossero davanti a noi, reali e veritieri pur appartenendo al loro mondo sconclusionato di fantasia.

Se un adulto vuole godersi questo film, deve dimenticare di essere adulto. Non deve cercare lo scopo o la coerenza della trama, non deve collocare i personaggi in certi ruoli, non deve aspettarsi una morale. Deve sedersi ed essere bambino: guardare, ascoltare, toccare. Immaginare i sapori, accompagnare i rumori, godere dei colori. Sorridere, divertirsi e preoccuparsi per ogni frammento di pellicola, senza cercare un insieme coerente che non riuscirà a trovare. Allora, se sarà disposto a fare questo, Ponyo lo incanterà con la sua magia fiabesca e gli farà trascorrere dei minuti ricchi d’emozione.

20 ottobre 2009 at 11:58 PM


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